
“Dove eravamo rimasti“? Con queste parole ormai famose di Enzo Tortora, al suo ritorno in RAI, scandite da Tiziano Franzi, Vicepresidente dell”Associa-zione “U Campanin Russu” di Varazze, il 22 luglio 2025 hanno ripreso il via le serate nel chiostro cinquecentesco del Convento di San Domenico, culla di questa rassegna culturale consolidata da decenni di un impegno di appuntamenti sempre accolti con il favore di un pubblico eterogeneo di cittadini e ospiti della città di Varazze.
Dopo i ringraziamenti a padre Michele Scarso, Superiore della Comunità Domenicana Varazzina, all’inizio della serata il socio Leandro Cappiello ha fornito alcune informazioni relative al dépliant consegnato al pubblico, quindi il Prof. Franzi ha dato lettura del vasto e brillante curriculum, che segna l’attività culturale e religioso del primo ospite delle “Serate al Chiostro” 2025, il parroco di S. Ambrogio, don Claudio Doglio.
Introducendo così l’attentissimo e numeroso uditorio, nella complessa e tortuosa infanzia del Cristianesimo, nuova “religio” alla ricerca organizzativa di sé stessa, portata con un soffuso passaparola parola di casa in casa, per diventare, attraverso varie fasi di comprensibili attriti, la Casa universale di Cristo, nel segno cattolico consolidato del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
“Le correnti di studio più accreditate per comporre il mosaico di questa nuova e rivoluzionaria ‘chiamata’ del Credo in un Dio Uno e trino, si trovavano ad Alessandria e ad Antiochia“, spiega don Doglio nella sua dotta ed efficace disquisizione, e contrastavano su vari e importanti punti. Si cercava una sintesi e arrivò Costantino, non di certo il più importante tra i “contendenti” che componevano un potere imperiale a quattro voci. Venne il Concilio di Nicea, nell’anno 325 (1700 anni fa), che mise ordine al bailamme delle incertezze e del modo riconoscersi veramente cristiani, figli dell’unico Dio che generò e non creò il figlio, della sua stessa sostanza, affidandogli il compito meraviglioso, unico e sconvolgente, di percorrere un cammino di rigenerazione dell’umanità, attraverso l’esempio dell’amore e non di altro, votato al sacrificio come sommo, terribile esempio siglato dalla morte in croce e dalla successiva, gloriosa Resurrezione. Compito non facile per il redattore di questo servizio, spiegare la composita tematica affrontata e spiegata sapientemente da don Doglio, ma i cardini di questa cassaforte di cultura cristiana, difficile a capire se non accompagnati in modo adatto ai tempi e alle circostanze, sono saltati, nella prima serata delle “Serate al Chiostro” del Campanin Russu, dando lo spunto ai molti che ne sono rimasti incantati dall’affabulazione di don Claudio Doglio, di approfondirne la conoscenza con ulteriori e personali studi, letture e meditazioni. Al di sopra di tutto resta la fede, immenso dono che ci aiuta a non inciampare sulla strada della verità, come afferma san Domenico. Una serata alla grande, dicevamo, inizio di un programma che continua sino a venerdì 25 luglio, da non perdere assolutamente. Alla fine della conferenza, don Doglio è stato omaggiato di un artistico piatto in ceramica, opera dell’artista Laura Frumento. L’assessore alla Cultura Mariangela Calcagno ha portato il saluto del Sindaco Luigi Pierfederici. Ancora una volta don Claudio Doglio ha fatto centro, con una vera “Lectio magistralis” e non possiamo non ringraziarlo per averci arricchito di nuove, affascinanti, utili informazioni sulla nostra religione, spesso non conosciuta in modo appropriato.
Nella seconda serata dedicata alla “Preistoria in Liguria – Analisi di 4 casi“; il prof Tiziano Franzi ci ha fornito una dettagliata realtà sulle popolazioni che hanno abitato le nostre coste e il nostro entroterra circa tremila anni fa, quando i ripari e le tane venivano contese fra gli ominidi e gli animali che vivevano nel nostro entroterra. Con le diapositive scattate nei siti visitati, sono stati elencati i principali siti in cui sono state ritrovate tracce della vita comune e i resti degli animali con i quali dovevano coesistere nella lotta per la sopravvivenza. Partendo dalle grotte di Toirano dove si trovano le prime orme degli ominidi che hanno abitato quei cunicoli e i resti di ossa di orso. Per passare alla grotta delle Arene Candide (presso Finale Ligure) in cui è stata trovata la tomba del “Il principe delle Arene Candide”, così definita per il ritrovamento di un giovane (probabilmente figlio di un capo tribù) che era deceduto a seguito di una ferita subita durante la caccia di un grosso animale. La tomba conservava tutta una serie di oggetti che facevano capire quale fosse il rango nella sua tribù. Nel sito della tomba di Neve (località Erli sopra a Savona) sono stati trovati i resti della sepoltura di una neonata, riccamente addobbata, che ci fanno conoscere quanto fossero considerati anche i più piccoli della tribù. Nel sito della tana di Bertran (Badalucco Imperia) scoperta occasionalmente da un studiosa inglese appassionata del territorio. La ricercatrice ha trovato dei reperto fossili oltre a monili che ha consegnato al comune di Imperia, purtroppo per molto tempo il sito è rimasto dimenticato e solo di recente sono ripresi gli studi sui reperti.
Nella terza serata dedicata a Guglielmo Bozzano, artista solitario, la dott.ssa Molinari Cinzia responsabile della fondazione Bozzano - Giorgis, ha raccontato, attraverso una serie di fotografie, la vita di Guglielmo. L’artista varazzino nato nel cuore dell’antica Varazze ha lavorato in alcune fornaci della provincia venendo così a conoscere alcuni artisti di varie correnti che hanno influenzato il suo spirito pittorico. Ha ritratto nei suoi acquerelli parecchi scorci del territorio varazzino. Nel corso della sua vita artistica, grazie alla frequentazione di alcuni pittori e scultori ha potuto incontrato artisti noti nel panorama pittorico. Nella fondazione che ha sede in via Don Bosco sono presenti moltissimi reperti che attestano
Un documentario, su questo autentico personaggio, è stato proiettato nel corso dell'ultima delle "Serate al Chiostro", commentato da Fra Giovanni Tomasi della Comunità Carmelitana di Torino, autore del libro biografico "Scritti scelti", da documenti di archivio e anagrafici sulla persona, la chiesa e la grande croce, alta 20 metri, costruita sempre sul monte Beigua in occasione dell'Anno Santo 1933. L'ultimo appuntamento, presentato da Antonio Danaidi, è stato riservato alla figura e all'opera di Fra Gioacchino (al secolo Leone Ramognino), Carmelitano che ha dedicato tutta la sua vita al culto della Madonna "Regina Pacis", il suggestivo Santuario che sorge sulla cima del Beigua. Il Santuario voluto e costruito da lui stesso, con l'aiuto di volontari e consacrato ufficialmente il 15 agosto 1925, dopo un duro lavoro contrassegnato da difficoltà logistico-ambientali, nato da un sogno che lui fece durante la prima Guerra Mondiale, allorché, soldato "pontiere", stava partecipando alla costruzione di un ponte sul Piave, sotto le bombe dell'artiglieria austriaca. In un momento di riposo, Leone, che portava nello zaino un'immagine del Bambino di Praga, sognò la Madonna con in braccio il Bambino Gesù, e ne fu talmente colpito che si ripromise di costruire, sulla cima di un monte dell'urbense, una chiesetta dedicata alla Regina della Pace. Tornato illeso dalla guerra (pure quel ponte rimase illeso, unico su quel tratto di fiume...), Leone si dedicò alla realizzazione del suo sogno e fu assunto come operaio presso il Convento Carmelitano del deserto di S. Anna, nell’entroterra fra Varazze e Cogoleto. Vista la sua operosità e il culto che portava alla Madonna unitamente all'affetto per la Congregazione Carmelitana, gli venne offerta la possibilità di risiedere nel convento, cosa che Leone accettò di buon grado, a condizione di portare con se la sorella, sola e anziana. Tutto seguì un iter positivo e Leone accettò anche di far parte del terzo Ordine dei Frati Carmelitani. Una successiva promozione umana e religiosa gli fu offerta dal cardinale dell'Ordine, Anastasio Alberto Ballestrero, il quale, constatata la devozione e la bontà di Leone, gli propose di abbracciare il saio, inserendolo a tutto tondo nella famiglia religiosa di cui, da anni ormai ne era un vero e coerente figlio e cosi Leone prese il nome Gioacchino di Regina Pacis. Unica chiesa al mondo che porta questo nome (lo stesso titolo fu dato da Papa Benedetto XV, il genovese Giacomo della Casa ad una statua della Madonna, eretta all'interno della Chiesa di "Santa Maria Maggiore" a Roma e costruita ad Ortisei. Quando fu consegnata a fra Gioacchino, lui disse che l'immagine era proprio quella apparsa nel sogno. Questa la storia della Chiesa Santuario "Regina Pacis" sul monte Beigua, nata da un sogno fra i lampi della battaglia sul Piave, a ricordarci e farci meditare sul valore della pace nel mondo. Fra Gioacchino di Regina Pacis, ha continuato nella sua divulgazione del culto alla Santa Vergine e al Bambino di Praga, dedicandosi anche alla elaborazione di oggetti sacri e profani, usando il legno dei boschi che circondano il Convento Carmelitano in cui ha vissuto santamente, spegnendosi il 25 agosto 1965 (era nato nel 1890). Alla serata di chiusura, l'Assessore alla Cultura Mariangela Calcagno ha portato il saluto dell'Amministrazione Comunale. Notata la presenza della Vicepresidente della Fondazione "Bozzano - Giorgis", Elsa Roncallo, del Presidente Prov. A.N.A. Emilio Patrone, i soci del Campanin Russu. Al termine della serata, il Vicepresidente del Campanin Russu, Adriano Mantero e il socio Leandro Cappiello hanno ringraziato Fra Giovanni Tomasi e i Padri Domenicani, nella persona di padre Giovanni Bertelè, donando al religioso carmelitano una ceramica con la riproduzione del logo de "U Campanin Russu”. Il tecnico Gianni Giusto ha curato la proiezione del filmato su Fra Gioacchino di "Regina Pacis", mentre Giuseppe Bruzzone ha registrato la serata per "AMA Liguria", canale 99. Le luci del Chiostro di San Domenico si sono spente nell'atmosfera ancora vibrante di quattro serate veramente riuscite e da ricordare. Appuntamento per il prossimo anno.
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