
Ci sono persone che, quando se ne vanno, non lasciano soltanto il vuoto degli affetti. Portano con sé un pezzo della memoria di una comunità, un patrimonio di ricordi, parole, immagini e storie che nessun archivio, per quanto ricco, potrà mai custodire nello stesso modo.
Con la scomparsa di Mario Traversi, Varazze perde una delle sue voci più autentiche, un uomo che per lunghissimi anni ha raccontato la città, ne ha custodito la memoria e soprattutto ha saputo trasformare i ricordi in pagine destinate a rimanere.
Per chi ha avuto la fortuna di essergli amico, tuttavia, è ancora più difficile racchiudere in poche righe ciò che Mario ha rappresentato. Prima dello scrittore, del poeta, del giornalista e del cultore delle tradizioni locali viene infatti l’uomo: l’amico con il quale si poteva parlare della Varazze di ieri e di quella di oggi, lasciandosi accompagnare attraverso vicende, personaggi e aneddoti che nella sua memoria sembravano non conoscere il trascorrere del tempo.
Mario apparteneva profondamente alla sua città.
Non semplicemente perché vi era nato e vi aveva trascorso gran parte della propria vita, ma perché Varazze era diventata la materia stessa del suo raccontare.
Le strade, i carruggi, il mare, i pescatori, i cantieri, le botteghe, le famiglie, i personaggi caratteristici, gli anni difficili della guerra, la rinascita del dopoguerra, le trasformazioni sociali del Novecento: tutto entrava nei suoi racconti e nelle sue poesie.
Era, nel senso più pieno del termine, la memoria storica della città.
Non quella fredda delle date e dei documenti, ma quella viva di chi aveva conosciuto persone, ascoltato racconti, assistito alle trasformazioni e conservato gelosamente le parole degli anziani.
E proprio la parola fu forse il suo strumento più prezioso.
Mario amava il dialetto varazzino perché sapeva che dentro una lingua non vivono soltanto vocaboli e modi di dire: vive un intero mondo. Una lingua conserva il modo con cui una comunità ha guardato il mare, il lavoro, la famiglia, l’amore, la sofferenza, la religiosità, perfino l’ironia con cui i nostri vecchi affrontavano le difficoltà quotidiane.
Per questo scrivere versi in varazzino non rappresentava per lui un esercizio nostalgico.
Era un modo per salvare e tramandare la voce genuina della sua città . Una parte importante della sua lunga attività culturale è stata naturalmente legata a “U Campanin Russu”, la storica associazione nata nel 1950 per conservare e valorizzare le tradizioni, la storia, il patrimonio artistico e la parlata della città.
Mario ne fu presidente, presidente onorario e soprattutto una delle anime più riconoscibili. Ne condivise fino in fondo lo spirito: custodire il passato non per rinchiuderlo in una teca, ma per consegnarlo alle generazioni future.
Mario sapeva che le città non sono fatte soltanto di edifici, piazze e strade. Sono fatte delle persone che le hanno abitate. Dei loro soprannomi, delle loro fatiche, delle feste, dei giochi dei bambini, delle barche tirate sulla spiaggia, delle voci nelle osterie e nelle botteghe, delle parole pronunciate in una lingua che lentamente cambia e scompare.
Scrivere significava sottrarre almeno una parte di quel mondo all’oblio.
Oggi, nel momento del commiato, alla tristezza personale per la perdita di un caro amico si aggiunge quindi la consapevolezza che Varazze abbia perduto uno dei custodi della propria memoria.
Ma sarebbe ingiusto dire che con lui tutto questo patrimonio se ne va.
Rimangono i suoi libri.
Rimangono le poesie.
Rimangono gli articoli e le ricerche.
Rimane il lavoro svolto per U Campanin Russu.
Rimane il suo impegno per la parlata varazzina.
E soprattutto rimangono le storie che ha raccontato e che altri, dopo averle ascoltate da lui, continueranno a raccontare.
Forse è proprio questa la forma di immortalità concessa a chi dedica una vita alla memoria: diventare, a propria volta, parte della memoria degli altri.
Ciao Mario.
Ci mancheranno le tue parole, i tuoi ricordi, la tua ironia e quel modo tutto tuo di riportare improvvisamente in vita una Varazze che sembrava scomparsa semplicemente pronunciando il nome di una persona, ricordando un episodio o recitando pochi versi nella nostra vecchia parlata.
Il Campanin Russu continuerà a suonare.
E, dentro quel suono, ci sarà anche la tua voce. Tiziano Franzi
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